Il sogno di Taka

 

Giappone, 1892. 

La luce della luna piena gocciolava attraverso le foglie degli alberi, riflettendosi nelle grandi pozze d’acqua lasciate dal temporale che si era portato via l’estate. I sassi scricchiolavano sotto gli zoccoli di legno di Taka che, passo dopo passo, si dirigeva verso il tempio, stringendo fra le mani un fiore rosso appena colto, dai lunghi petali affusolati, imperlati di gocce di pioggia. Aveva gli occhi ancora impastati dal poco sonno, ma desiderava così tanto realizzare il suo sogno che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di riuscirci.

Un fruscio di vento agitò le canne di bambù in lontananza, facendolo sobbalzare. Il bosco era scuro e pieno di ombre. Taka si fece coraggio, si strinse agli spallacci dello zaino e accelerò il passo. Ormai conosceva bene quel sentiero: era lo stesso che percorreva ogni notte dall’inizio dell’estate.
In principio, il buio lo spaventava a morte, e si aggrappava alla piccola lanterna che il maestro gli aveva donato, come un viandante nella nebbia. Una sera, però, spaventato da un cane sbucato all’improvviso dalle tenebre, la lanterna gli sfuggì dalle mani, frantumandosi in mille pezzi.
Immediatamente, il buio lo avvolse in un abbraccio soffocante. L’unico barlume che rischiarava la strada, tenendo lontani gli spiriti, era svanito. La paura gli serrava la gola; non riuscì né a piangere, né a urlare. Borbottii sinistri provenivano dalle profondità della selva. Il bosco nero sembrava richiudersi attorno a lui, come milioni di mani che tentavano di afferrarlo dall’oscurità.
Dopo un tempo che sembrò infinito, aprì gli occhi e vide la luna spuntare da dietro le nuvole, rivelando la strada davanti a lui. Con gli occhi ricolmi di paura osservò lo spicchio bianco nel cielo. Si guardò intorno. Scoprì che le mani che lo ghermivano non erano altro che piccoli rami, mentre il rumore del bosco non era che un uccello notturno che tubava in lontananza. Fu allora che accadde qualcosa di magico per Taka: riuscì a vedere intorno a sé come non aveva mai fatto prima. I suoi occhi si erano abituati al buio, e tutto gli sembrava più chiaro senza quella piccola luce che illuminava i suoi piedi. Da quella notte, non usò più la lanterna. Si accorse che il mondo faceva meno paura, senza il bisogno di stringersi a una piccola fiamma.

Il maestro glielo ripeteva sempre: “Devi andare al tempio, tutte le notti, a pregare. Solo così potrai realizzare i tuoi sogni”. E ogni volta si preparava con cura, riempiendo un piccolo zainetto di tela cucito anni prima dalla mamma: un po' d’acqua, un dolcetto di riso e un fiore. Passo dopo passo, Taka percorse la strada, accompagnato dal profumo del muschio umido e della terra bagnata. Man mano che il bosco si diradava, gli alberi si facevano più alti e meno fitti; pini e cedri ora scandivano il cammino. Le lanterne si fecero più frequenti, proiettando piccoli cerchi di luce contro la pietra liscia. Uno scalino alla volta, raggiunse la sommità del piccolo monte.
Finalmente, il bambino vide il portale rosso che segnava l’ingresso al tempio. Da lassù si vedeva tutta la valle scintillare sotto il bagliore della luna, riflesso nelle pozze di pioggia passata. Il piccolo santuario in legno rosso offriva riparo dal vento sotto le grandi falde del tetto che, come ali, proteggevano i visitatori.
Quella delle offerte, per Taka, era ormai una vera cerimonia. Si tolse lo zainetto e il cappello. Poi, si inchinò davanti al tempio con le mani giunte. Prese il dolcetto di riso, raccolse il fiore e, sussurrando una preghiera, li depose davanti all'altare centrale. Infine, si inginocchiò e chiuse gli occhi. Un fruscio alle sue spalle lo fece sobbalzare. Si alzò in piedi, tremante, guardando nella direzione del rumore: una presenza luminosa emerse dalle ombre del sottobosco. “Perché tremi?” miagolò quella figura di luce e pelo. Il bambino rimase paralizzato, incapace di dire una parola.
“Non è educato non rispondere agli spiriti della foresta, sai?” disse la creatura con tono calmo e gentile. “E poi, non è la prima volta che ci vediamo. Qualche sera fa hai fatto cadere quel fuoco quando mi hai visto. Mi sono spaventata.”
Taka, incredulo ma curioso, trovò il coraggio di balbettare: “T-tu? Io ho visto un c-cane, era g-grande. Non potevi essere…”
“Un cane? Io sono una volpe, piccolo Taka. Come puoi confondermi con quelle bestie così… servizievoli” replicò l’animale, leccandosi la coda con grazia.
Taka la osservò meglio e si rese conto che lo spirito, anche se pareva fatto di luce stessa, in realtà era una volpe dal manto bianco. Incerto su cosa fare, incespicò: “Signora volpe, m-mi scusi. Pensavo fosse un c-cane feroce”.
La volpe lo guardò fisso. I suoi occhi, cupi come due grotte, si incontrarono con quelli del bambino, che trasalì in un misto di paura e meraviglia.
“Posso aiutarti a realizzare il tuo desiderio,” disse la volpe, inclinando gli angoli della bocca in un sorriso enigmatico.
Taka ci pensò un attimo, poi quasi urlò, con voce fiera: “Signora volpe, io vorrei imparare a v-volare, come un falco!”
La volpe sorrise ancora, annuendo. “Lo so già, me lo dici ogni sera. Hai portato un fiore rosso, un higanbana, e mi ha ricordato che le stagioni fredde stanno arrivando. Ho deciso di venirti a salutare.”
Taka, con gli occhi spalancati, trovò il coraggio per chiedere: “Signora volpe, ma allora non può insegnarmi a volare?”
La volpe non rispose subito. Si mosse con passo elegante verso il dolcetto di riso, lo annusò e iniziò a leccarlo.
“È per lei! Li preparo ogni mattina con il maestro”, disse Taka con orgoglio. La volpe lo mangiò, soddisfatta, e si leccò di nuovo i baffi. Poi, con tono riflessivo, domandò: “Sei un bravo bambino, Taka. Aiuti sempre il maestro e ogni notte vieni al tempio a pregare. Ma dimmi, perché desideri imparare a volare?”
Il bambino si inginocchiò, strinse i pugni in grembo e abbassò lo sguardo. “Mio padre sognava di volare. Ogni sera, prima di addormentarsi, alla luce tremolante della lanterna, muoveva le sue grandi mani. Così, la parete di carta di riso, inizialmente bianca, si animava di ombre di uccelli che, seguendo il ritmo delle sue parole, si libravano liberi nel cielo dipinto dalle sue storie.”
La volpe inclinò la testa, attenta, aspettando che continuasse.
“Poi, un giorno, arrivò la notizia che qualcuno, dall’altra parte del mare, era riuscito a volare. Così, papà iniziò a disegnare enormi macchine che sembravano uccelli. Ma poi la mamma si ammalò, e durante un viaggio verso l’ospedale, ci fu un incidente e… li persi entrambi.”
Una foglia cadde ai piedi di Taka. La raccolse e la osservò, come se potesse vedere sulla superficie il ricordo appena affiorato nella sua mente. “La mamma mi aveva cucito un vestito da falco, come il mio nome. Lo indossavo sempre. Un giorno, mentre correvo, vidi la mia ombra a terra: sembrava quella degli uccelli che papà amava tanto, sembrava fatta proprio con le sue mani.”
Una lacrima gli rigò la guancia e cadde sul pugno stretto. La volpe, immobile, sembrava una delle tante statue del tempio a eccezione del pelo che ondeggiava leggero nel vento, riflettendo la luna piena.
“È stato quel giorno che ho sognato per la prima volta di volare, lassù, con i falchi e le aquile.”
Un gufo borbottò nascosto da qualche parte, rompendo il silenzio.
La volpe lo fissò, gli occhi brillanti e senza fondo. “Piccolo Taka, non accontentarti di inseguire il cielo per sfuggire alla terra. Vuoi volare?” Il suo tono era quasi beffardo, ma nelle sue parole c’era un invito a qualcosa di grande, ancora inespresso. “Allora sogna di percorrere una strada che nessuno ha mai tracciato”, sussurrò la volpe, abbassando il capo come se stesse rivelando un segreto antico. “Diventa la persona che permetterà a chiunque di farlo.”

Prima che Taka potesse chiedere di cosa stesse parlando, uno stormo di menfukurō si levò dietro di lui e riempì l’aria con un brusco frusciare d’ali. Il bambino si raddrizzò intimorito, afferrò un ramo e lo agitò per difendersi, ma erano già scomparsi. Si voltò verso la volpe: al suo posto c’era soltanto una piuma di un bianco candido. La raccolse e guardò verso la valle, dove, in lontananza, gli uccelli volavano davanti alla luna come piccoli punti neri.

Che ci sia la luna
sul sentiero notturno
di chi porta fiori.

Takarai Kukaku

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Perché avere un personaggio in testa per una storia non basta